VENDESI TARANTO.

Si deve vendere una citta’,ai turisti.

Propagandare ,renderla attraente grazie alla rete,alle locandine nelle citta’ e negli aereoporti nazionali.

Venderla.

Bisogna farlo,bisogna farlo per forza di cose.

Non puo’ rimanere li’,sola e richiamare con le sue bellezze naturali il turista di passaggio.

La devi vendere sulla piazza.

Non importa se alla Bit di Milano o in qualche altra diavoleria di marcketing.

Bisogna darla,in pasto ai turisti,italiani o stranieri.

L’importante e’ che non sia lei,da sola,a dire:ci sono anch’io lor signori.

Taranto e’ in vendita al turismo estivo.

Nella galleria del Castello Aragonese,si verra’ a instaurare un centro di informazione turistica.Uno di quelli che ti dice cosa vedere,dove andare e dove mangiare.

Informazioni pilotate,storia di una citta’ da dare al passante incredulo di tanta bellezza.

Altre citta’,beate loro,hanno il richiamo magico senza servirsi di escamotage.

Richiamano.. e  basta.

Noi dobbiamo fare diversamente,vendere il prodotto della nostra citta’ come cani in cerca del tartufo,il regalo finale da dare al padrone.

Ma il padrone,poi,siamo tutti noi cittadini di Taranto.

La nostra colpa e’ che Taranto e’ il marchio dell’acciaio,ora,adesso.

In passato no,certo.

Si “vendeva” ai passanti grazie alle sue doti naturali,fatte di mare pulito e cozze prelibate.

Per non parlare del fiume Galeso,li solo e abbandonato decantato da poeti e scrittori.

La Taranto che fu,oggi,e’ venduta a terzi,consapevoli che essa,la citta’ jonica,e’ il simbolo di una precarieta’ lavorativa fatta da irresponsabili politici e privati senza scrupoli.

Famosa per i fumi,oggi,per il mare ieri.

Si diventa protagonisti nel bene e nel male,e Taranto ha nel male la sua notorieta’.

Non basta la nazzicata dei perdoni il Giovedi’  e il Venerdì santo,no non basta.

Non basta. Bisogna essere venditori di naturalezze,di storia del passato grazie ai monumenti,far sentire il profumo della nostra magna Grecia che ci disse che Taranto era una delle grandi di allora.

Oggi dov’e’ la magna Grecia?

Dov’e’ la storia nostra che ci portiamo nel sangue?

Dove si trova la nostra radice,persa nelle colonne doriche a Piazza Castello?

Non voglio essere ricordato per cio’ che ci avvelena,non solo per questo.

Voglio essere orgoglioso di avere altro per andare fiero,sentirmi protagonista di un racconto da dire al turista ripercorrendo con lui non solo la Taranto che fu’ ma anche quella odierna.

Ma quella odierna la odio,non mi piace piu’.

Nelle ore della settimana santa,fermo il tempo. Catturo il momento del piacere delle tradizioni,annuso l’aria della mia citta’ e noto,con piacere,che e’ il tarantino prima del turista forestiero  a ritrovare il piacevole momento dell’evento.

Un evento visto e rivisto da anni,da quando ero bambino.Ma l’unico rimasto,da dare al turista che con la sua macchina fotografica cerca di capire l’uomo col cappuccio bianco e il suo muoversi lentamente per le vie della citta’ vecchia o del borgo.

Taranto la si vendera’ tra poco sui fogli di carta,che il turista leggera’ e poi fara’ cadere,dimenticando cio’ che e’ stata e cio’ che e’.

  

Annunci

IL DILEMMA ILVA,DI ALFREDO VENTURINI.

Cari amici vi posto l’ottimo articolo di Alfredo Venturini sull’Ilva.
Da leggere per capire cio’ che e’ oggi l’Ilva stessa e cio’ che ha portato la politica a rendere l’azienda genovese una mina vagante per il governo attuale.
Un post che ripercorre la storia anche politica di questo paese,politica che ha svenduto l’Ilva ai privati facendola cadere nell’attuale difficile situazione.
Ringrazio ancora l’autore di questo post,da leggere a tutti i costi,per capire Taranto e i suoi veleni.
L’#ILVA e quello che la politica non vi racconterà mai. Di © Alfredo Venturini: La categoria dei “benaltristi” vorrebbe distrarre l’attenzione dal disastro del presente invocando le responsabilità del passato… facile gioco su chi non ha storia o manca di memoria. Cerchiamo allora di aiutarla questa memoria con qualche ricordo.
Nata nel 1905 dalla fusione delle attività siderurgiche dei gruppi Elba, Terni e Bondi, l’Ilva passò sotto il controllo dell’IRI insieme a tutte le imprese di proprietà della Banca Commerciale Italiana, che l’aveva rilevata nel 1921. Nel 1961, con la costruzione del nuovo polo siderurgico di Taranto, l’Ilva prese il nome di Italsider.
Nel 1995 ITALSIDER, produce circa 240 milioni di euro di utili, ma l’IRI di Prodi e il Governo decidono di vendere ll pezzo pregiato della siderurgia italiana e lo fanno ad un prezzo di almeno cinque volte inferiore al prezzo del mercato. Questo è quanto denunciano gli esperti del settore all’epoca dei fatti.
L’imprenditore milanese Emilio RIVA si aggiudica la siderurgia pubblica italiana battendo il rivale storico Luigi Lucchini alleato con i francesi della Usinor. Riva ha fondato nel 1954 la società che porta il suo nome, è specializzato in acciai lunghi e punta ad acquisire altre aziende anche all’estero. Per vendergli l’Italsider, Romano Prodi, tramite l’Iri, crea una bad company e la carica di 7000 miliardi di debiti, e così Riva si può prendere tutto “il malloppo”. Ma esaminiamo in cifre di cosa stiamo parlando: una società che produce utili al ritmo di 100 miliardi al mese, il fatturato è di 9000 miliardi e i debiti sono 1500; quando entrano. I Riva pagano(?) allo Stato 1460 miliardi “salvo conguaglio”, quadruplicano il giro d’affari e mantengono così i 17mila dipendenti. Ma a quel punto cominciano a nascere i primi problemi.
Il gruppo apre immediatamente un contenzioso con lo Stato contestandone la valutazione patrimoniale e i conti pattuiti e paga quindi solo la prima rata. Nessuno o pochi si oppongono. Nel frattempo, il gruppo Riva riesce a scaricare sullo Stato i costi dei prepensionamenti che riguardano ben 14.000 unità, il mercato dell’acciaio ha un’impennata positiva ampiamente prevista e il Gruppo che ha acquistato l’azienda per un piatto di lenticchie e non le ha nemmeno pagate tutte, fa guadagni fantastici (si parla almeno di 800 milioni di utili in 3 anni), investendo naturalmente pochi spiccioli in ambiente e sicurezza, con i danni che oggi conosciamo.
Riva infatti chiede allo Stato uno sconto di 800 miliardi per adeguare gli impianti alle normative ambientali, sospendendo il pagamento del conguaglio di 228 miliardi dovuto all’IRI per i profitti accumulati e rimasti in azienda dopo la privatizzazione. Al primo contenzioso davanti al tribunale, Riva si presenta con Guido Rossi come avvocato e la spunta: alla fine tirerà fuori solo 180 miliardi.
Per una società che nel 1995 fa 2280 miliardi di utili, una bazzecola. Nel frattempo lo stesso Riva ha comprato e rivenduto la sua partecipazione nella Acciai Inossidabili Terni alla Thyssen Krupp. Nel 2007 viene condannato a tre anni di reclusione per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento alla cokeria di Taranto, condanna poi confermata in appello. Nel 2008 intanto scoppia l’allarme diossina.
Tutti hanno la memoria corta e fingono di non sapere: lo Stato, la politica, i sindacati, tanto da destare il legittimo sospetto che la vendita degli stabilimenti siderurgici al Gruppo Riva si sia trasformata in un’immensa mangiatoia. Ma chi erano i protagonisti di quelle privatizzazioni? Il principale attore di quei fatti è Romano Prodi, Presidente dell’IRI per 8 anni in due mandati e artefice della vendita a quattro soldi dei principali gioielli di Stato. Un altro nome è Piero Gnudi, sovraintendente alle privatizzazioni di IRI di quegli anni e consigliere economico del ministro dell’industria nel 1995 e recentemente, Ministro del Governo Monti . Tutto avvenne con il beneplacido del Governo DINI 95/96. Un governo tecnico sostenuto da un po’ da tutti, compreso Lega ed anche DS e PPI, che negli anni successivi diedero vita ad un unico soggetto politico: il PD. Ministro dell’industria era un certo Alberto Clo, bolognese, ma passato alla storia solo per avere partecipato, durante il periodo del rapimento Moro, assieme all’amico e concittadino Romano Prodi, alla seduta spiritica dove un’anima in pena avrebbe rivelato la parola Gradoli, la via di Roma in cui era tenuto prigioniero lo statista democristiano. Molti protagonisti d’allora, oggi hanno la coda di paglia sull’argomento, ma ne hanno la paternità politica. Sono stati gli artefici e i suggeritori, nel migliore dei casi hanno taciuto o si sono bendati gli occhi. Neanche una parola da loro sulla svendita a quattro soldi di tutte le industrie di Stato di cui sono stati i padrini politici, solo memoria corta?
La categoria dei “benaltristi” vorrebbe distrarre l’attenzione dal disastro del presente invocando le responsabilità del passato… facile gioco su chi non ha storia o manca di memoria. Cerchiamo allora di aiutarla questa memoria con qualche ricordo.
Nata nel 1905 dalla fusione delle attività siderurgiche dei gruppi Elba, Terni e Bondi, l’Ilva passò sotto il controllo dell’IRI insieme a tutte le imprese di proprietà della Banca Commerciale Italiana, che l’aveva rilevata nel 1921. Nel 1961, con la costruzione del nuovo polo siderurgico di Taranto, l’Ilva prese il nome di Italsider.
Nel 1995 ITALSIDER, produce circa 240 milioni di euro di utili, ma l’IRI di Prodi e il Governo decidono di vendere ll pezzo pregiato della siderurgia italiana e lo fanno ad un prezzo di almeno cinque volte inferiore al prezzo del mercato. Questo è quanto denunciano gli esperti del settore all’epoca dei fatti.
L’imprenditore milanese Emilio RIVA si aggiudica la siderurgia pubblica italiana battendo il rivale storico Luigi Lucchini alleato con i francesi della Usinor. Riva ha fondato nel 1954 la società che porta il suo nome, è specializzato in acciai lunghi e punta ad acquisire altre aziende anche all’estero. Per vendergli l’Italsider, Romano Prodi, tramite l’Iri, crea una bad company e la carica di 7000 miliardi di debiti, e così Riva si può prendere tutto “il malloppo”. Ma esaminiamo in cifre di cosa stiamo parlando: una società che produce utili al ritmo di 100 miliardi al mese, il fatturato è di 9000 miliardi e i debiti sono 1500; quando entrano. I Riva pagano(?) allo Stato 1460 miliardi “salvo conguaglio”, quadruplicano il giro d’affari e mantengono così i 17mila dipendenti. Ma a quel punto cominciano a nascere i primi problemi.
Il gruppo apre immediatamente un contenzioso con lo Stato contestandone la valutazione patrimoniale e i conti pattuiti e paga quindi solo la prima rata. Nessuno o pochi si oppongono. Nel frattempo, il gruppo Riva riesce a scaricare sullo Stato i costi dei prepensionamenti che riguardano ben 14.000 unità, il mercato dell’acciaio ha un’impennata positiva ampiamente prevista e il Gruppo che ha acquistato l’azienda per un piatto di lenticchie e non le ha nemmeno pagate tutte, fa guadagni fantastici (si parla almeno di 800 milioni di utili in 3 anni), investendo naturalmente pochi spiccioli in ambiente e sicurezza, con i danni che oggi conosciamo.
Riva infatti chiede allo Stato uno sconto di 800 miliardi per adeguare gli impianti alle normative ambientali, sospendendo il pagamento del conguaglio di 228 miliardi dovuto all’IRI per i profitti accumulati e rimasti in azienda dopo la privatizzazione. Al primo contenzioso davanti al tribunale, Riva si presenta con Guido Rossi come avvocato e la spunta: alla fine tirerà fuori solo 180 miliardi.
Per una società che nel 1995 fa 2280 miliardi di utili, una bazzecola. Nel frattempo lo stesso Riva ha comprato e rivenduto la sua partecipazione nella Acciai Inossidabili Terni alla Thyssen Krupp. Nel 2007 viene condannato a tre anni di reclusione per omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro e violazione di norme antinquinamento alla cokeria di Taranto, condanna poi confermata in appello. Nel 2008 intanto scoppia l’allarme diossina.
Tutti hanno la memoria corta e fingono di non sapere: lo Stato, la politica, i sindacati, tanto da destare il legittimo sospetto che la vendita degli stabilimenti siderurgici al Gruppo Riva si sia trasformata in un’immensa mangiatoia. Ma chi erano i protagonisti di quelle privatizzazioni? Il principale attore di quei fatti è Romano Prodi, Presidente dell’IRI per 8 anni in due mandati e artefice della vendita a quattro soldi dei principali gioielli di Stato. Un altro nome è Piero Gnudi, sovraintendente alle privatizzazioni di IRI di quegli anni e consigliere economico del ministro dell’industria nel 1995 e recentemente, Ministro del Governo Monti . Tutto avvenne con il beneplacido del Governo DINI 95/96. Un governo tecnico sostenuto da un po’ da tutti, compreso Lega ed anche DS e PPI, che negli anni successivi diedero vita ad un unico soggetto politico: il PD. Ministro dell’industria era un certo Alberto Clo, bolognese, ma passato alla storia solo per avere partecipato, durante il periodo del rapimento Moro, assieme all’amico e concittadino Romano Prodi, alla seduta spiritica dove un’anima in pena avrebbe rivelato la parola Gradoli, la via di Roma in cui era tenuto prigioniero lo statista democristiano. Molti protagonisti d’allora, oggi hanno la coda di paglia sull’argomento, ma ne hanno la paternità politica. Sono stati gli artefici e i suggeritori, nel migliore dei casi hanno taciuto o si sono bendati gli occhi. Neanche una parola da loro sulla svendita a quattro soldi di tutte le industrie di Stato di cui sono stati i padrini politici, solo memoria corta?

L’ESERCITO DEL NANO:SCONTRO FINALE?

Berlusconi arruola.

Si chi e’ con lui e crede che la magistratura sia un nemico da cui difenderlo,ebbene ha un compito:arruolarsi nella legione PDL.

Sono le intenzioni di un gruppo di sostenitori del cavaliere pronti a seguirlo nella sua battaglia e a sostenerlo nell’eventuale sconfitta.

Nel sito aprono un link dove ci si puo’ arruolare e diventare legionari e sentinelle del territorio.

Non voglio enfatizzare troppo questa cazzata,certo,pero’ noto con dispiacere che la politica e i politici invece di diminuire l’astio tra le correnti e cercare di trovare all’unisono una retta via per  uscire dalla palude dove siamo impantanati da anni,sfidano la pazienza umana e di quella italiana specialmente,arrecando disturbo alla nostra sottile quiete mentale.

Quiete mentale che vorremmo fosse costante e invece viene disturbata prima dai vantaggi della casta(economici specialmente…),poi dall’inconsistenza dei piani politici a favore dei giovani disoccupati,e infine dal dito medio  di lor signori che mandano a fanculo tutti noi.

gasparri

Ebbene quest’ultima cazzata pdiellina,sembrerebbe fatta apposta per farci incazzare e farci tornare indietro ai tempi del dux.

Si sa che Berlusconi e’ un nostalgico,per carita’ ognuno ha i suoi gusti,ma in tempo di crisi e di sconforto verso i politici,arruolare gente seppur idealmente(spero)in difesa di un vecchietto ormai alla fine dei suoi giorni di peccati mi sembra troppo.

Una cosa e’ avere fazioni politiche diverse,ideali,uomini,una cosa e’ l’esercito per la difesa di un esponente politico avvezzo da anni a un protagonismo fantastico dove la sorpresa e la fantasia sono all’ordine del giorno.

Pensa te se Letta volesse le camice rosse o Grillo i grilli arancione?

O forse sarebbe meglio per tutti uno scontro finale,una battaglia di Waterloo con tanto di caduti sul campo?

E’ questa la politica a cui andiamo incontro?

Boh!

BRUXELLES-BATTAGLIA-DI-WATERLOO

 

L’ILVA SULLA BILANCIA.

Nazionalizzare l’Ilva,renderla motrice di una identita’,quella italiana,fatta da industrie e operai.

L’Ilva non puo’ chiudere,non deve chiudere.

Il governo sprona chi non ha piu’ stimoli per tenerla in vita,anzi nelle televisioni nazionali sforna i muscoli dei politici che la difendono a spada tratta.

Taranto ha il suo jolly,quello dell’acciaio.Un jolly difficile da difendere qui,visti i danni.Ma un bisogno difficile da farne a meno.

E allora in queste ore a venire,avremo i fautori delle logiche piu’ conservatrici,quelli della produzione a tutti i costi con nuovi padroni.

E quelli della difesa a oltranza,quelli dei numeri dei decessi e delle curve esponenziali in crescita delle patologie.

Sfortunata questa citta’,a giocarsi un futuro su una questione difficile da annullare.

Anzi cresceranno gli odi,le vendette e le accuse.

Ci sara’ da lottare per una difesa del posto di lavoro,ma anche dei diritti,della salute,dell’ambiente.

Il governo adesso sara’ la bilancia,il peso da mettere e regolare l’equilibrio sottile che si respira in citta’.

arallagianlucafoto©

arallagianlucafoto©

Difficile situazione.Odio e amore verso l’Ilva.

RISCHIO PERDITA IDENTITA’?O ALTRO?

Il nodo al pettine e’ arrivato.

I Riva fanno capire che l’aria futura della loro azienda,l’ilva,e’ pesante.

Non per i fumi,certo,ma per i soldi che mancheranno per gestirla.

Tutto in poche righe di un comunicato che dice delle dimissione dell’intero CDA di amministrazione.

Il Gip Todisco come una lama affilata ha colpito nel cuore della ricchezza dei Riva e nello stesso tempo ha ridotto l’ossigeno a un malato,l’Ilva stessa,che morimondo per vari motivi(non ultimo il mercato fermo dell’acciaio stesso),annaspa nella palude del futuro.

Il rischio del ricatto o delle strategie di fuga da Taranto e’ alto,ma la speranza e’ quella di una linea di operativita’ per le bonifiche nell’area industriale e per una gestione piu’ attenta in tematiche ambientali.

Ma adesso,tolti i soldi sequestrati nei beni della famiglia genovese,la cassa e’ vuota e forse anche le speranze dei lavoratori,ancora una volta in ansia per il loro futuro.

Il Governo adesso dovra’ gestire la mina Ilva e cio’ che ne conseguira’ circa la fuga dei patron vari che non hanno piu’ interessi a gestire un’azienda che da mesi ha amministratori esterni.

Taranto a detta di molti,rischia di perdere una sua identita’,quella dell’acciaio.

Non puo’ esserci Taranto senza l’Ilva molti dicono.

E’ l’odore stesso dello stabilimento che ha impregnato questa citta’ per anni,e ne ha sancito un connubio di amore e odio.

Ma anche molti attendevano questi momenti,storici,come il crollo del muro di Berlino.

Si perche’ se dovesse crollare il muro Ilva,si aprirebbe un’altra realta’ agli occhi di molti.

Ma anche guai seri per i lavoratori,che sarebbero l’agnello da sacrificare sull’altare delle violazioni di legge e di prevenzione da parte dell’azienda.

Attesa in citta’ e paura,molta anche.

arallagianlucafoto©

arallagianlucafoto©

LA FINE,LA GIOIA E IL PARADOSSO.

La voce corre.Emilio Riva e la confisca dei suoi beni.

Taranto da una parte esulta.

Esultano i figli che hanno visto i loro padri morire nel letto di un ospedale o a casa,per le patologie legate all’industria.

Esultano quelli che hanno perso un figlio sul lavoro,per negligenze in tema di sicurezza.

Esultano le mamme,loro che hanno pianto i propri figli piccoli colpiti dal tumore in tenera eta’….esultano.

E’ giusto farlo?

Sembra di si,o meglio sembrerebbe levarsi un coro unanime di vendetta contro lui,il padrone dell’Ilva,la fabbrica dei veleni a Taranto.

Ma perche’ allora non augurare la sciagura o perfino la morte anche a Prodi,re dell’Iri a suo tempo,che gesti’ il siderurgico tarantino nell’era nazionalistica?

Perche’ lui no e a Riva si?

Perche’?

Eppure se non avessimo avuto i morti,i decessi per incidenti,per malattie,Riva lui il “colpevole”,sarebbe osannato.

Per lui si sarebbe potuto anche vivere meglio,essere benestanti in una citta’ dove la fame,adesso,si fa sentire e  chi nell’Ilva avesse trovato un rifugio,sarebbe stato un privilegiato…ma senza patologie.

Invece il peccato di Emilio e’ quello di sempre:far soldi,speculando sulla salute pubblica.

Gli hanno tolto oggi 8 miliardi,confiscando beni di sua proprieta’,beni che si era fatto producendo acciaio con la manovalanza locale e non,inquinando e diffondendo il veleno,all’inizio invisibile,poi nell’era di internet,chiaro e pericoloso.

La diossina,quella dei camini laggiu’,che ha reso ricco Riva ma che oggi aleggia come una nebbia su ognuno di noi.

Se dovesse morire Riva,la gente sarebbe felice,in parte,ne sono sicuro.

Sarebbe consumata la vendetta,la ritorsione verso chi simbolicamente ha rubato vite e che ha dato lavoro.

Ecco sta qui il paradosso a Taranto:lavoro uguale morte,non ricchezza purtroppo.

IL TEMPO CHE AMO.

Oggi una pioggia tremenda sulla mia citta’,Taranto.

Temporale e vento,mare mosso e lampi.

Il tempo cosi’ mi piace,odio la luce forte dell’estate italiana.

Amo quell’odore del bagnato,anche per questo ho intitolato questo blog LA POZZANGHERA.

Quella che si forma sulla strada,ristagna o che viene eliminata dal passare delle auto sopra.

Pioggia,acqua da lassu’ che viene a cadere,pulendo i nostri cuori e facendoci riflettere.

La nuvolosita’ mi piace,quella non uniforme ma formata da nuvole in gruppo,bianche e maestose.

La limpidezza di una giornata di tramontana e’ l’unica via di salvezza alla visione mia personale di giorni senza nubi…..

Forse per il freddo e l’aria fine,pulita che ti taglia e ti fredda il viso.

Taranto oggi era cosi’,con le nubi,il vento e il fresco di un Maggio atipico meridionale.

IL MACHO MODERNO CON L’ASPIRAPOLVERE.

Tieni presente la figura del macho  che non osa fare le pulizie di casa?

Quello che per lui la donna “deve” fare i piatti,cucinare,stirare….insomma fare la casalinga e basta?

SI si quello che se deve passare la scopa in terra per una emergenza,chiude la tenda,lo fa velocemente e poi subito corre via.

Ebbene io non sono questo,o meglio nel tempo ho imparato  a essere un…casalingo anche.

Uno di quelli che tornando dal lavoro,passa la scopa elettica in terra,fa mangiare il figlio e poi fa anche i piatti.

Cambio dei tempi?

No esigenze,solo quelle.

Quelle di correre con i tempi,dare una mano in casa e essere utile all’interesse della propria famiglia.

Alla fine secondo voi,viene snaturata la figura del maschio oppure rientra nella logica del cambiamento dei tempi a favore dell’uguaglianza totale?

 

 

LA SINISTRA? UN’OMBRA FUGGENTE….

I cortei erano una volta il termometro della protesta e quello della politica.

Erano strumenti idonei per fare numero e marciare compatti contro cio’ che non piaceva.

Erano,appunto.

Oggi,la manifestazione della Fiom Cgil diventa banco di discussione sull’assenza del PD dalla piazza,sulla sua fuga dal dovere di protestare.

Cambiano i tempi,gli uomini e gli accordi.

Avere paura di essere al fianco di operai,esodati,disoccupati,oggi diventa chiaramente un marchio di casta,o meglio appoggio a essa stessa.

Se la sinistra,unita,manca all’appuntamento,allora va bene anche stracciare le tessere e mettere nello scantinato le varie bandiere con i nomi che nel tempo sono cambiati.

Berlinguer aizzava le piazze a  favore della coesione sociale per la lotta di classe,quella che oggi si perde nelle parole di sobrieta’ economica,delle spese,dell’Imu a settembre e dei suicidi quotidiani per disperazione.

Non credo piu’ alla sinistra,diceva ieri un signore nel mio studio.

Non mi rappresenta e anzi,lo odio,mi fa schifo.

Paradosso:da partito del popolo,delle adunate e delle grida nei cortei,a ombra fuggente dinanzi alle responsabilita’.

Forse forse ha ragione Grillo?